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mercoledì 16 novembre 2016

Referendum 2016


Barricate di carta (costituzionale)...


Nelle prossime settimane si intensificherà ulteriormente la campagna referendaria di una riforma che interessa la carta costituzionale, ma nella sostanza assume molti altri significati. La vittoria del SI non rappresenterà nell’immediato la fine della democrazia italiana, ma darà il via libera ad un sistema di regole ancora più complicato ed elitario che peggiorerà la trasparenza governativa e politica, senza porre alcun freno a sprechi di palazzo e auto blu. La vittoria del Si sicuramente farà sentire il Governo Renzi ancor più legittimato a proseguire nella destrutturazione del sistema Italia a favore delle classi privilegiate.

L’inesistente opposizione (che di fatto non riesce a produrre alcun contrasto alla politica governativa, manco il più piccolo compromesso di sorta) spera in una vittoria del No che la legittimi a gridare al voto anticipato sperando di arrivare a sostituire Renzi. Favoriti in questo i pentastellati e i trasfughi forzitalioti con vecchi e nuovi fascisti (Meloni e Salvini). A tutti questi della carta costituzionale non glie ne po’ fregà di meno. Sullo sfondo volano gli stracci della guerra fra bande all’interno del PD e di una sinistra che oggi più che mai è un fantasma in Europa.

Resta il referendum che, se serve, può essere uno strumento politico di pressione e cambiamento. Può, ma gli esiti del referendum sull’acqua in Italia, contro i migranti in Ungheria, o per le Farc in Colombia, ed anche la Brexit inglese, la dicono lunga sull’istituto “democratico” di una consultazione sempre più manovrata e sempre mena partecipata.

Un quadro abbastanza perdente, per la classe operaia, per gli sfruttati, per gli ultimi e per i migranti di ogni sorta, sia con la vittoria del Si sia con quella del No. Se potessero votare, gli sfruttati di ogni tipo, voterebbero per un referendum che garantisca lavoro, diritti, reddito, salute, istruzione, trasporti pubblici etc. Voterebbero per un sistema di welfare che non c’è più e contro un liberismo che avanza incontrastato. Ma se ciò fosse possibile con il semplice voto, allora le elezioni sarebbero proibite e i referendum truccati. O viceversa.

Ci piacerebbe poter dare indicazione di astenersi, ma non avrebbe alcun significato politico se non quello di una semplice denuncia di un sistema corrotto e gerarchico che è noto a tutti, mentre la realtà che domina un quadro politico impoverito, vede comunque l’arroganza fatta potere che aspetta con il Si una ulteriore legittimazione ai suoi job act e ai suoi fertility day. Per gli altri, per chi vuole ritrovare e ricomporre, ricostruire e ripartire è necessario che al di là di proclami catastrofisti si inizi a vedere percorsi di lotta sociale e politica che restituiscano il mal tolto, la dignità gli anni di vita e di lavoro, di pensione e di salute rubati. Un No urlato unicamente nelle urne rischia di creare un silenzio assordante della conflittualità sociale che invece ha bisogno di far sentire la sua voce.

… oppure difendere la carta con le barricate?

E' chiaro che l'approvazione (tramite la vittoria del “Sì” al referendum del 4 dicembre) da parte dell'opinione pubblica dell'operato del governo legittimerebbe e velocizzerebbe quest'ultimo nel processo di adattamento dell'economia nazionale - e del mondo del lavoro - alle attuali dinamiche del Mercato internazionale.

E' utile ricordare che “flessibilità”, “adattamento”, “adeguamento”, per i lavoratori significa dover essere sempre alla ricerca di un posto di lavoro, entrando in concorrenza con gli altri. Per i ragazzi vuol dire competere con chi ha molta più esperienza nel settore, viceversa per i meno giovani vuol dire perdere il lavoro e non poter più inserirsi a causa dell'età. Insomma una guerra fra poveri che sta già dando i suoi frutti: lo scoramento totale della classe lavoratrice, che non ha saputo rispondere efficacemente all'annientamento dei propri diritti sindacali, e la persistenza di insicurezza e paura che favoriscono ulteriormente confusione, individualismo e razzismo.

Per Renzi ed il suo governo significa invece l'apertura dell'Italia agli imprenditori esteri, e alla facile inaugurazione di nuove attività imprenditoriali per i giovani: tutti noi possiamo quotidianamente constatare come nuovi negozi, fantasmagoriche Startup vengono lanciate, spesso con l'investimento dei risparmi di famigliari e amici, e dopo pochi mesi scompaiono lasciando spazio a vetrine vuote in attesa che qualcun altro tenti la fortuna. Come offrire carne fresca agli avvoltoi sull'altare del libero mercato.


Ma d'altronde quante volte la Costituzione non ci ha difeso laddove invece me avevamo bisogno? Quante volte la giustizia tanto decantata sulla carta non è stata rispettata, ma bensì corrotta, rimaneggiata da chi può permettersi avvocati migliori, senza nemmeno il bisogno di cambiare una virgola di quanto c'era scritto?

Di sicuro non è il fatto che si sono schierati insieme alla sinistra anche Lega Nord, partiti di destra, neofascisti (l'ironia della sorte!), e Movimento Cinque Stelle che possa far desistere dal votare per il “NO”, ma bensì perché se la carta non ci ha protetto finora, di certo proteggerla comporterebbe un grande spreco di risorse che invece possiamo impiegare scendendo nelle piazze, uniti, per riottenere i diritti persi, per la libertà, il lavoro e la giustizia sociale.

Anche questo Referendum alla fine ci cade addosso, e in un modo o nell’altro, produrrà gli stessi risultati negativi delle politiche di governo fatte in questi ultimi anni a scapito degli sfruttati. Almeno finché gli stessi sfruttati non riusciranno a giocare contro e non più con le regole del potere.
 

F.A.I. Federazione Anarchica Italiana
sez. "M. Bakunin" - Jesi                    
sez. "F. Ferrer" - Chiaravalle             

giovedì 2 aprile 2015

Nella cabina di pilotaggio

Molti lo avranno già letto. A diversi non piacerà l'autore, ma il testo che segue è un utile strumento di riflessione politica fuori da un fatalismo troppo spesso usato, troppo spesso scontato.
NELLA CABINA DI PILOTAGGIO
di FRANCO BIFO BERARDI
tratto da: http://www.commonware.org/…/…/567-nella-cabina-di-pilotaggio
Dicono che il giovane pilota Andreas Lubitz avesse sofferto di crisi depressive e avesse tenuto nascoste le sue condizioni psichiche all’azienda per cui lavorava, la Lufthansa. I medici consigliavano un periodo di assenza dal lavoro. La cosa non è affatto sorprendente: il turbo-capitalismo contemporaneo detesta coloro che chiedono di usufruire dei permessi di malattia, e detesta all’ennesima potenza ogni riferimento alla depressione. Depresso io? Non se ne parli neanche. Io sto benissimo, sono perfettamente efficiente, allegro, dinamico, energico, e soprattutto competitivo. Faccio jogging ogni mattina, e sono sempre disponibile a fare straordinario. Non è forse questa la filosofia del low cost? Non suonano forse le trombe quando l’aereo decolla e quando atterra? Non siamo forse circondati ininterrottamente dal discorso dell’efficienza competitiva? Non siamo forse quotidianamente costretti a misurare il nostro stato d’animo con l’allegria aggressiva delle facce che compaiono negli spot pubblicitari? Non corriamo forse il rischio di essere licenziati se facciamo troppe assenze per malattia? 
Adesso i giornali (gli stessi giornali che da anni ci chiamano fannulloni e tessono le lodi della rottamazione degli inefficienti) consigliano di fare maggiore attenzione nelle assunzioni. Faremo controlli straordinari per verificare che i piloti d’aereo non siano squilibrati, matti, depressi, maniaci, malinconici tristi e sfigati. Davvero? E i medici? E i colonnelli dell’esercito? E gli autisti dell’autobus? E i conducenti del treno? E i professori di matematica? E gli agenti di polizia stradale? Epureremo i depressi. Epuriamoli. Peccato che siano la maggioranza assoluta della popolazione contemporanea. Non sto parlando dei depressi conclamati, che pure sono in proporzione crescente, ma di coloro che soffrono di infelicità, tristezza, disperazione. Anche se ce lo dicono raramente e con una certa cautela l’incidenza delle malattie psichiche è cresciuta enormemente negli ultimi decenni, e il tasso di suicidio (secondo il rapporto del World Health Organization) è cresciuto del 60% (wow) negli ultimi quarant’anni. Quaranta anni? E che potrà mai significare? Che cosa è successo negli ultimi quarant’anni perché la gente corra a frotte verso la nera signora? 
Forse ci sarà un rapporto tra questo incredibile incremento della propensione a farla finita e il trionfo del Neoliberismo che implica precarietà e competizione obbligatoria? E forse ci sarà un rapporto anche con la solitudine di una generazione che è cresciuta davanti allo schermo ricevendo continui stimoli psico-informativi e toccando sempre di meno il corpo dell’altro? Non si dimentichi che per ogni suicidio realizzato ce ne sono circa venti tentati senza successo.
E non si dimentichi che in molti paesi del mondo (anche in Italia) i medici sono invitati a essere cauti nell’attribuire una morte al suicidio, se non ci sono prove evidenti dell’intenzione del deceduto. E quanti incidenti d’auto nascondono un’intenzione suicida più o meno cosciente? Non appena le autorità investigative e la compagnia aerea hanno rivelato
che la causa del disastro aereo sta nel suicidio di un lavoratore che ha sofferto di crisi depressive e le ha tenute nascoste, ecco che in Internet si è messo in marcia il solito esercito di cospirazionisti. “Figuriamoci se ci credo”, dicono quelli che sospettano il complotto. Ci deve essere dietro la CIA, o forse Putin, o magari semplicemente un gravissimo errore della Lufthansa che ci vogliono tenere nascosto. 
Un vignettista che si firma Sartori e crede di essere molto spiritoso mostra un tizio che legge il giornale e dice: “Strage Airbus: responsabile il copilota depresso.” Poi aggiunge: Fra poco diranno che anche l’ISIS è fatta da depressi.” Ecco, bravo. Il punto è proprio questo: il terrorismo contemporaneo può avere mille cause politiche, ma la sola causa vera è l’epidemia di sofferenza psichica (e sociale, ma le due cose sono una) che si sta diffondendo nel mondo. Si può forse spiegare il comportamento di uno shaheed, di un giovane che si fa esplodere per uccidere una decina di altri umani in termini politici, ideologici, religiosi? Certo che si può, ma sono chiacchiere. La verità è che chi si uccide considera la vita un peso intollerabile, e vede nella morte la sola salvezza, e nella strage la sola vendetta. Un’epidemia di suicidio si è abbattuta sul pianeta terra, perché da decenni si è messa in moto una gigantesca fabbrica dell’infelicità cui sembra impossibile sfuggire. 
Quelli che dappertutto vedono un complotto dovrebbero smetterla di cercare una verità nascosta, e dovrebbero invece interpretare diversamente la verità evidente. Andreas Lubitz si è chiuso dentro quella maledetta cabina di pilotaggio perché il dolore che sentiva dentro si era fatto insopportabile, e perché accusava di quel dolore i centocinquanta passeggeri e colleghi che volavano con lui, e tutti gli altri esseri umani che come lui sono incapaci di liberarsi dall’infelicità che divora l’umanità contemporanea, da quando la pubblicità ci ha sottoposto a un bombardamento di felicità obbligatorio, da quanto la solitudine digitale ha moltiplicato gli stimoli e isolato i corpi, da quando il capitalismo finanziario ci ha costretto a lavorare il doppio per guadagnare la metà.

giovedì 19 febbraio 2015

Un brutto editoriale.
Eugenio Scalfari nella sua rubrica settimanale “Il vetro soffiato”, dell'Espresso del 19 febbraio si mette a parlare di democrazia, verità e governi possibili e, non stupisce, fa qualche incursione scontata sull'anarchia. Nel complesso il pezzo è brutto, un po' confuso all'apparenza, ma chiaro in profondità: l'articolo è rivolto alla classe dirigente attuale e alle riforme, ai metodi, ai cambiamenti che questa, tramite i suoi governanti, e sui suoi governati, sta attuando. Fra le righe sembra di cogliere un misto di rimbrotti e delusione per una società, quella italiana, che sta sempre più scivolando verso un gattopardismo noto, un autoritarismo altrettanto noto in un quadro di impoverimento generale progressivo in una guerra di tutti contro tutti, o meglio di pochi oligarchi contro i dominati. L'ex-direttore di “La Repubblica” sembra insomma preoccupato per la deriva autocratica che il paese sta prendendo, vedendo in essa, in primis, il fallimento di una visione liberal-democratica che egli e il suo giornale, per decenni hanno portato avanti e che, nei fatti, non sembra aver dato alcun valore aggiunto alla società italiana se, a più riprese, questa ha seguito inerme l'arroganza della Milano da bere del craxismo, i miracoli berlusconiani, le riproposizioni dei governi di unità nazionali e il ritorno della buona e vecchia balena bianca del renzismo rampante e twittatore. Insomma l'articolo sembra quasi un'introduzione di un qualche scritto sul fallimento storico della prospettiva democratica e liberale a fronte dell'onnipresente società sabauda, borbonica e papalina (qualcuno direbbe clericale, massonica e mafiosa) che governa da sempre la penisola. Libero, Scalfari, di pensare e scrivere ciò che vuole, ma farlo veicolando il suo pensiero con riferimenti al “terrorismo” e al fallimento storico dell’anarchismo, è intellettualmente sbagliato. Parlare di anarchia e di anarchici in termini di eterni sognatori e utopisti rientra nel più banale stereotipo costruito per nascondere come in realtà la società umana riesca a governarsi e a vivere meglio fuori dalla gerarchia statale, delle armi degli eserciti e del mercato. Gli esempi in merito, è certo, lo stesso redattore è in grado di trovarli e citarli. Al tempo stesso usare l'accoppiata anarchismo e terrorismo in un paese che ha visto le bombe fasciste a Piazza Fontana, quelle mafiose un po' dovunque, i servizi segreti “deviati” - espressione di quella verità che governa di cui l'articolo in questione parla – sbizzarrirsi in attentati ed ammazzamenti vari, mentre questo paese forte della sua secolare esperienza coloniale nel Mediterraneo si prepara a massacrare civili libici … parlare quindi di terrorismo riferito agli anarchici, significa scivolare nell'antistorico e nel ridicolo, se non nella visione cara ai vecchi stalinisti. E poi, fatti salvi gli interessi editoriali, d'opinione e di lobby, se non fosse stato proprio per una libertà di pensiero, per una verità e diversità diffusa, presente nella società italiana, frutto di lotte partigiane e sindacali e non di editoriali, probabilmente l'altra verità di Repubblica nel '76, non avrebbe visto mai la luce nel dominio assoluto delle verità delle maggioranze dei grandi giornali di partito e di potere. Verrebbe quasi voglia di suggerire al redattore dell'articolo di riguardarsi la storia dell'umanità e non tanto quella dell'anarchismo o del movimento operaio, ma forse non è il caso di sollevare altre verità da cercare. Duole però rilevare che, un settimanale come l'Espresso, continui lungo un cammino che sembra più utile a consolidare lo status quo presente che non a metterlo in discussione, come nei fecondi anni in cui era nato e nei quali si fece portatore di tante battaglie civili e sociali. In chiusura è giusto tranquillizzare Scalfari sul fatto degli “anarchici sterminati”. Se ne faccia una ragione, riferirsi ai piccoli numeri di gruppi e circoli presenti, o alla scomparsa come movimento di massa (come un secolo fa) in relazione agli anarchici e all'anarchismo, è riduttivo e fuorviante. Loro, anzi noi, gli anarchici, ed esso, l'anarchismo, sono molto più presenti e diffusi nella società di quanto non si voglia vedere, altrimenti, con tutte le ruberie e i massacri delle verità dominanti, questa, la società dello stato e del mercato, sarebbe collassata su se stessa molto prima. Gioco forza gli sfruttati, per mantenere in vita se stessi, concorrono a sostenere la stessa società che li sfrutta. Ma questa è un'altra storia, molto più anarchica e libera che non democratica e vera.
Centro Studi Libertari “Luigi Fabbri” - Jesi

domenica 9 novembre 2014

Gruppo libera la lettura


A cura di Sara Di Meco e Rosella Simonari, in collaborazione con il Centro Studi Libertari Luigi Fabbri

Il Centro Studi Libertari Luigi Fabbri è un centro autogestito attivo già dagli anni Ottanta nella città di Jesi (Ancona) e una delle sue più importanti peculiarità è la fornitissima biblioteca che consta di centinaia di volumi e documenti sulla storia sociale e politica jesina, regionale e italiana.

Il Gruppo Libera La Lettura ha lo scopo di esplorare il materiale della biblioteca attraverso la lettura e la condivisione dei saperi. L’idea è di incontrarsi una volta ogni due mesi per discutere di un libro (o graphic novel o altro) precedentemente scelto insieme e di metterlo in relazione con i documenti della biblioteca.

PRIMO INCONTRO: 15 novembre 2014, ore 17, in occasione di Liberi Libri, l’editoria libertaria e antagonista in mostra presso il Palazzo dei Convegni, 14-15-16 ottobre 2014.

TESTO SCELTO: Una settimana rossa di L. Balsamini, P. Galassi, M. Mattioli, V. Sergi, F. Mattioli, M. Paladini (graphic novel).

DOVE: Palazzo dei Convegni, Corso Matteotti (17-18) Biblioteca Centro Studi Libertari Luigi Fabbri, Via Pastrengo 2 (18-19).

Nella biblioteca metteremo a confronto il testo con alcuni documenti storici, come La settimana rossa di Luigi Lotti (1972) e il settimanale satirico L’Asino illustrato da Gabriele Galantara (1902-1920).

lunedì 20 ottobre 2014

cortei fascisti, antifascismo e lotta di classe

Cortei fascisti, antifascismo e lotta di classe.

Sabato 18 ottobre, in varie città Forza Nuova è scesa in piazza contro l’immigrazione, con numeri decisamente irrisori (fortunatamente) che però hanno richiamato alla mobilitazione antifascista ed antagonista. I risultati sono stati quelli “tipici” di certi appuntamenti: scontri, fumogeni, cariche, manganellate, fermi, denunce, anche se, alla fine, è stato raggiunto l’obiettivo di affermare la negazione (ossimoro che però rende l’idea) di ogni agibilità politica di piazze e città agli eredi del nazi-fascismo.
In una di queste piazze, Ancona, si è ritrovato tutto il mondo dei vari frammenti dell’eredità della resistenza: dagli anarchici ai centri sociali, dai vari partiti comunisti all’Anpi. Verso la fine della giornata, tornando a casa, due manifestanti incrociano una passante che domanda che cosa sia successo. Le rispondono che sono lì in opposizione alla manifestazione contro l’immigrazione. La donna capisce male e risponde: “Era ora, basta con questi immigrati. Tutti a casa!”. I due rimangono basiti e la donna si allontana. L’affermazione della donna è l’indicatore migliore del contesto politico sociale attuale, non solo di Ancona. Forza Nuova si mobilita nelle piazze, richiamando un fascismo populista e di pancia che nei fatti è già stato superato dallo stato di angoscia diffuso, dalla precarizzazione del lavoro e dall’impoverimento del ceto medio. La funzione squadrista degli eredi del Duce non è messa in discussione, ma la società cui si riferiscono, di fatto è più fascista di loro, pronta a scendere in strada per dare la caccia al nero, a fare la spia al padrone, a gridare al linciaggio qualsiasi cosa accada purché la colpa sia ascrivibile a “non italiani”. Ricordate la caccia all’albanese dopo il massacro familiare di Novi ligure? Accadeva una quindicina di anni fa e da allora la società italiana si è ulteriormente imbarbarita e atomizzata.
Allo stesso tempo i due militanti, che rimangono stupiti dalle affermazioni della donna,
rappresentano una testimonianza dell’incapacità dell’antagonismo di classe di essere strumento attivo di lotta in grado di andare oltre la semplice mobilitazione di piazza dell’ultima ora. Fabbriche che chiudono, leggi liberticide, tagli forsennati alle garanzie sociali e bonapartismo politico hanno reso talmente ampio e complesso il fronte degli interventi e delle lotte che qualsiasi difesa approntata si polverizza in mille rivoli, in tante corse a prendere la testa del corteo, la legittimazione
delle piazze e delle urne. Un quadro funesto appena mitigato dalle proteste e dalle ribellioni che periodicamente si manifestano, ultime quelle di Terni e dei mercati generali di Torino, o dalle lotte che ancora resistono (come in Val di Susa).
Difficile trarre conclusioni se non quelle di un richiamo comunque continuo alla mobilitazione, pena lo scoramento generale. Una volta con le espressioni paese legale e paese reale, si tendeva a sottolineare la distanza fra le istituzioni (e gli interessi privati e di profitto di cui sono portatrici) e i bisogni della collettività. E’ da augurarsi che queste espressioni oggi non rappresentino in realtà la
distanza fra le aspirazioni di una società migliore e i bisogni di una società migliore. Forse le
provocazioni neofasciste possono fornire in tal senso ulteriori termini di riflessione.


Un* compagn* che c’era.

mercoledì 2 luglio 2014

anche quest'anno ci trovate ad  EQUA LA FESTA 2014
 qui il PROGRAMMA COMPLETO https://equalafesta2014.wordpress.com
il 3 - 4 - 5 luglio presso Villa Borgononi a JESI

Venerdì alle 21:30 serata incentrata sulla sanità CHIACCHIERATA con GIULIANO BUGANI regista de l DOCU-FILM "Le Mani Sulla Sanità"

Mani sulla Sanità e’ un documentario che cercherà di far luce su una delle scelte politiche più pericolose per i servizi pubblici che siano accadute negli ultimi anni. Un’opera di inchiesta pensata per l’opinione pubblica, unica vera vittima di questa manovra di tagli ai danni della Sanità Pubblica, perché, appunto, Pubblico è la parola che si aggira come un fantasma in mezzo alla nuova scena politica, che vede amministratori e direttori amministrativi crocifiggere la Sanità di tutti. Un lavoro documentaristico nato pochi mesi fa, dopo il grottesco annuncio di chiudere o eliminare alcuni servizi nei Poliambulatori di Bologna.
Esistono, infatti, numeri e dati che ancora non vengono resi noti dagli amministratori della Regione Emilia Romagna, ma che, tuttavia, si stanno per palesare a tinte molto fosche . Mille, duemila, forse tremila posti letto da cancellare. Uno, dieci, venti, o forse più, Ospedali Pubblici da chiudere. E quant’altro ancora vi puo’ essere dietro la maschera del silenzio?

Cosa possono fare i cittadini per difendere i propri diritti, le proprie conquiste, il proprio futuro?

giovedì 7 febbraio 2013


Sulla guerra in Mali, riportiamo la traduzione del comunicato della Federazione Anarchica Francese per avere un quadro della visione dal di là delle alpi.



Una guerra bugiarda in più, terrorismo di stato e saccheggio delle risorse in Mali
Siamo tenuti a fare una scelta di campo. Da una parte dei religiosi armati che sognano di costruire il regno di dio sulla terra, dall'altra delle forze armate tecno-capitaliste che dichiarano di voler ristabilire i diritti dell'uomo, al centro una popolazione disarmata. È con questi ultimi che noi ci sentiamo solidali. Non esiste guerra giusta né guerra pulita. L'unione sacra intorno al presidente che va alla guerra,  a François Hollande, lo zelo dell'operazione oppressiva e la propaganda mediatica controllata, il rafforzamento del piano Vigipirate [sistema di sicurezza nato nel 1978 per contrastare il terrorismo sul suolo francese, prevede una sorta di “stato d'emergenza”, impone una forte militarizzazione del territorio, con l'inizio della guerra in Mali è stato ulteriormente potenziato], il clima internazionale contro il terrorismo, cercano di convincerci del carattere inevitabile di questa guerra, di convincerci a legittimarla. In realtà gli interessi economici dal tanfo colonialista dominano da lontano sulle vite delle popolazioni locali. I Jihadisti sono stati molto utili al potere francese per intervenire l'11 gennaio 2013.
La classe dirigente del Mali corrotta fino all'osso, la Francia, l'Unione Europea, le istituzioni finanziarie internazionali (FMI, Banca Mondiale, WTO) non sono preoccupate del profondo abbandono economico, sociale e culturale della popolazione, che lascia spazio adesso all'urgenza militarista. Per lunghi mesi i jihadisti del Nord del Mali hanno aperto le porte al reclutamento su grandi numeri sfruttando le necessità economiche della popolazione (giovani disoccupati, bambini). Non è escluso che l'intervento della Francia, antico paese colonizzatore, rinforzi i gruppi jihadisti per la prospettiva di una mobilitazione e di un reclutamento che prenderebbe una dimensione emblematica di lotta contro l'Occidente. Quando si gioca troppo alla “crociata contro il terrorismo internazionale” il boomerang integralista islamico è sempre dietro l'angolo. L'esperienza dell'impantanarsi della guerra in Afghanistan non è servita da lezione benché la Francia vi abbia partecipato.
La cooperazione militare con la Mauritania, la Costa d'Avorio, il Burkina Faso, il Niger, il Ciad e le due basi militari di Abidjan e di N'Diamena [due delle sei basi militari francesi ancora presenti in Africa] sono la prova, se ce ne fosse il bisogno, che la Francia non ha mai voluto lasciare questa regione. Le truppe che stazionano in Africa non ci sono per mantenere la pace ma bensì per intervenire rapidamente e garantire gli interessi delle grandi imprese francesi di prima importanza (Areva ed il suo uranio, Total ed il suo petrolio, Bouygues / Bolloré ed i suoi lavori pubblici / il suo dominio sui porti / il suo legname prezioso, Orange e le sue infrastrutture di telecomunicazione). Il governo francese, appoggiato dall'Unione Europea, sembra decisamente non volersi disfare dei propri riflessi colonialisti, né dei vantaggi che questa politica procura agli industriali francesi. Ammantarsi di valori democratici di pace e di difesa dei diritti dei popoli d'Africa... e si è raggiunto il massimo del cinismo neocoloniale. Il settore industriale degli armamenti rende più di qualunque altro (più del petrolio o del nucleare). Il mercato nucleare è sia un mercato civile che militare. I gruppi del mercato delle armi come Lagardère o Dassault sono proprietari di una grossa fetta della stampa d'opinione francese... Si capisce meglio perché le posizioni antimilitariste hanno scarsa voce in capitolo nei nostri media.
Dopo oltre una settimana di guerra, circa 200 000 rifugiati fuggono dalle zone di guerra in direzione dei paesi vicini mentre il Programma alimentare mondiale stima che, nel contesto attuale di siccità e di carestia, da 5 a 7 milioni di abitanti del Sahel avranno bisogno di un'assistenza immediata. 230000 persone si sono trasferite all'interno del paese. Di fronte agli attacchi degli eserciti del Mali e della Francia su terra, le forze jihadiste adattano la loro strategia e si nascondono nei villaggi. In mezzo, le popolazioni vulnerabili saranno presto o tardi le reali vittime di questi conflitti, in particolare le donne e i bambini. I rischi dei conflitti latenti tra le comunità sono grandi... la divisione, la stigmatizzazione sono in corso. Come sarà trattata la maggior parte dei Touareg che non hanno preso le armi? E i Fulani che non hanno aderito al MUJAO (Movimento per l'Unicità e la Jihad nell'Africa Orientale)?
La guerra costerà caro e durerà molto tempo. L'intervento militare francese è valutato per circa 400000 euro al giorno. La MISMA (Missione Internazionale di Sostegno al Mali) che sta per partire costerà 240 milioni di dollari annui. Ora che regna la miseria, i cordoni della borsa si allentano quando si tratta di andare ad uccidere con delle armi. Queste somme troveranno una legittimità nel miglioramento delle strutture sanitarie e sociali nel nord del Mali. Quella sarà la prova della volontà di ricostruire a partire dall'esistente. Solo gli uomini e le donne del Mali possono farlo nel corso del tempo. Questo grande conflitto armato non farà che respingere la speranza di un ritorno ad un equilibrio e di un miglioramento della situazione.
Per continuare ad esistere in Africa, il terrorismo di Stato francese fa la guerra al Mali, e poco importa il numero delle vittime dirette o indirette (37 ostaggi uccisi, 29 assalitori abbattuti a In Amenas in Algeria). Le popolazioni subiscono tragicamente la mancanza di politiche sociali, educative e culturali responsabili, ma al posto di questo le classi dirigenti, laggiù come qui da noi, si lanciano in un conflitto dall'esito più che incerto. I paesi europei seguono l'esempio e marciano a passo cadenzato. I maliani e gli abitanti degli altri paesi africani non potranno mai emanciparsi con le proprie forze fino a quando lo statu quo sotto tutela colonialista sarà la regola. Chi ricostruirà il paese una volta che il conflitto sarà terminato? Scommettiamo che le imprese francesi faranno la parte del leone... Noi rifiutiamo che questa guerra sia condotta in nostro nome.

Solidarietà con le popolazioni vittime di questa guerra! Pace immediata in Mali e lasciare la Françafrique!
Fédération Anarchiste Mercoledì 23 gennaio 2013

domenica 13 marzo 2011

dal gruppo torinese considerazioni antimilitariste

Nostra patria è il mondo intero


Soldati e bandiere. I nazionalisti di ogni dove fanno festa con divise e
vessilli: cambiano fogge e colori, ma la musica è sempre la stessa. Quella
delle marcette che accompagnano gli assassini di professione.
I soldati fanno le guerre, ammazzano, incendiano, distruggono, stuprano.
Le bandiere fanno sembrare belli e sacri i massacri.
I militari che ammazzano i bambini in Afganistan – nove solo la scorsa
settimana – sono trattati da eroi, chi brucia il tricolore, perché
vorrebbe un’umanità senza frontiere, rischia due anni di galera.

Quanti uomini, donne e bambini sono morti per spostare un confine, per
piazzare un po’ più in là una bandiera, perché uno Stato diventasse più
grande? I contadini meridionali che salutarono Garibaldi sperando in un
domani migliore scoprirono presto il loro inganno. La loro rivolta contro
tasse, coscrizione obbligatoria, razzismo venne repressa in un bagno di
sangue.
La nazione, la patria, la bandiera sono le favole tristi che gli Stati
raccontano quando mandano qualcuno ad ammazzare e a morire. Magari per la
pace. O l’umanità.
Negli anni Trenta le truppe italiane massacrarono centomila libici (su
ottocentomila abitanti) in nome della grandezza e dell’impero. Oggi si fa
la guerra e la si chiama pace.
Gli accordi con la Libia sottoscritti dai governi italiani, sinistra e
destra unite per un mondo peggiore, sono stati la condanna a morte,
tortura, galera e stupro per migliaia di immigrati, profughi e richiedenti
asilo.
Il raiss di Tripoli è stato accolto, riverito, baciato e lautamente pagato
per i suoi servizi.
Uno sporco lavoro appaltato ad una ditta specializzata. In violenze e
torture. Da sempre la Libia è un inferno per chi vi giunge da sud: tra
trafficanti d’uomini, galere infami, botte e ricatti molti non ce la
fanno. I corpi di chi viene abbandonato nel deserto e quelli inghiottiti
dal mare sono la silente testimonianza di una strage programmata a Roma ed
eseguita a Tripoli.
Un crimine contro l’umanità, perpetrato nel silenzio dei governi –
francesi ed inglesi in testa - che oggi vorrebbero bombardare la Libia per
cacciare Gheddafi. Il governo italiano tentenna solo perché aspetta di
salire sul carro del vincitore. A nessuno importerebbe nulla degli insorti
della Cirenaica, se non stessero seduti sopra milioni di barili di
petrolio.

Lo Stato italiano compie 150 anni e fa festa. Il governo festeggia con ben
10 parate militari nelle strade della prima capitale d’Italia.
Festeggia un paese in guerra. Quelle di ieri e quelle di oggi.
Chi sa che nel Forte di Fenestrelle migliaia di prigionieri di guerra
borbonici vennero fatti morire di fame e di stenti?
Seicentomila contadini ed operai del nord e del sud morirono per spostare
più ad est i confini del regno, perché una bandiera diversa sventolasse
sugli edifici pubblici. Cosa ne hanno guadagnato i poveracci di Trento,
Trieste, Gorizia? Forse i padroni sono diventati meno padroni, c’è stata
distribuzione delle ricchezze, giustizia sociale? Nulla cambia ogni volta
che si sposta una frontiera.
Ma i tricolori garriscono spavaldi sulle tombe di chi è morto senza un
perché.

L’Italia si è fatta – e si continua a fare – con il sangue degli “italiani”.
Con il sangue della povera gente. La povera gente ha la stessa faccia in
ogni dove, perché ovunque – qualunque sia la bandiera, i padroni lucrano
sulle nostre vite, rubandocele pezzo a pezzo. Chi vuole un mondo diverso,
senza sfruttati né sfruttatori, non vuole frontiere, Stati, bandiere,
eserciti.

Ricordate le proteste della Confindustria all’annuncio della festività del
17 marzo? Dopo aver gridato che il governo li mandava sul lastrico i
padroni hanno cessato le ostilità. Che siano stati pervasi da improvviso
furore patriottico? Che i padroncini della bassa padana abbiano rinunciato
al sole delle alpi?
Ma figurarsi! La spiegazione è banale. Chi credete che paghi la “festa”
del 17 marzo? I lavoratori ovviamente!
Nel 2011 la festività soppressa del 4 novembre non verrà pagata come di
consueto, perché i soldi del 4 novembre serviranno a coprire il 17 marzo.
Così tra una fanfara ed un alzabandiera ci rimettiamo una giornata di
stipendio.
Una ragione in più per sostenere l’internazionalismo contro la retorica
patriottica di si arricchisce con le guerre e con il nostro lavoro.

Federazione Anarchica Torinese - F.A.I.

giovedì 25 novembre 2010

UN NAZIONALISMO COMODO PER OGNI EPOCA


Nazionalismo:tendenza e prassi politica fondata sull’esaltazione dell’idea di nazione e del principio di nazionalità.(Vocabolario Zingarelli 2000)


Spesso si sente dire che “le ideologie politiche sono finite”;oppure “non c’è più differenza tra destra e sinistra”. Certo se buttiamo un occhio alla situazione politica e ai partiti maggiori presenti in questo periodo,l’affermazione sembra vera.

Io,pensandoci un po’ su e avendo dei miei ideali,riesco ancora a trovare differenze tra le due ,checché ne dicano i mass media o i parlamentari di questo paese.

Dopo il cosiddetto “crollo” delle ideologie si è cominciato a parlare di “valori”,i valori della destra e quelli della sinistra.

Lasciamo subito perdere le figure della sinistra istituzionale italiana che con la loro confusione e inadeguatezza(ed è dire poco) si commentano da soli.

Prendiamo invece la destra:da quella istituzionale che si è “ripulita”(se uno ci vuol credere…) dal suo passato non tanto glorioso,fino a quella che si muove fuori dal palazzo(pure sempre guidata da esso),per intenderci quella che una volta metteva le bombe nelle piazze e nelle stazioni e che oggi scrive sui muri “Padroni a casa nostra”.

Una domanda.Cos’è che accomuna la destra,dalla più piccola organizzazione neo-fascista alle belle facce che vediamo ogni giorno in tv?

Una parola sola:il nazionalismo.


Questo “amor di patria” così tanto sbandierato a destra,ha avuto parecchie accezioni e significati diversi nel corso della storia mondiale.

Una cosa che però non è mai cambiata è il binomio nazionalismo-guerra,nazionalismo-violenza,nazionalismo e odio rigettato verso l’esterno.

L’idea nazionalista si schiera apertamente contro una società multietnica e multiculturale,in nome di uno Stato-nazione unitario e di una popolazione omogenea con la stessa lingua,etnia,religione e un pizzico di quel furore patriottico che non guasta mai.


Andando un po’ indietro nel tempo poi ci accorgiamo che la storia ha già giudicato questo tipo di impostazione politica.

Gli esempi non mancano:durante la Restaurazione(1815-48)il nazionalismo è proprio della borghesia liberale e progressista che cerca di imporsi sull’aristocrazia per dominare lo Stato; l’epoca del libero-scambio(1848-1871)che vide tra le altre cose il formarsi di stati come l’Italia e la Germania, arrivando all’età dell’imperialismo(inizi ‘900 in poi) e il conseguente formarsi di nuovi nazionalismi sempre più aggressivi(nazionalsocialismo tedesco,il fascismo italiano e spagnolo.).

In tutti questi periodi è stato fatto un uso sistematico del sentimento nazionalista da parte dei potenti di turno per giustificare guerre,atti di violenza e massacri insensati.




Citando Bertha Von Stuttner,pacifista austriaca di fine ‘800:


Morti,morti,morti:questa è pur sempre la fine di ogni saggezza politica,la meta di ogni entusiasmo patriottico”.


Il passo dal nazionalismo alla guerra è molto breve,di conseguenza nazionalismo e militarismo sono termini molto vicini di significato.

Oggi in televisione, politici di destra e sinistra,ci dicono che la guerra(in questo periodo è di moda quella al terrorismo) va combattuta per difendere la nostra patria.

Perché lo Stato,la nazione, ha bisogno di un nemico da combattere e se non c’è,lo crea ad arte.

L’ultima deviazione di questo assurdo sentimento ha fatto da poco capolino:ora la guerra oltre che al di fuori dei confini di Stato è anche all’interno,nelle città.

C’è l’emergenza sicurezza e i militari sono già nelle strade:ora i nemici da abbattere sono gli immigrati,i diversi, quelli che non sono come noi e vanno quindi sbattuti fuori o messi in posizione di non nuocere.



Il patriottismo è un sentimento artificiale e irragionevole,funesta origine della maggior parte dei mali che desolano l’umanità. Tutti i governi,con una sfacciataggine sorprendente,hanno sempre affermato che i preparativi militari e le guerre sono necessarie per mantenere la pace.”


(L.Tolstoj)


Ricordiamoci sempre che il nostro “bel paese” è all’ 8° posto per spese militari nel mondo ed è impegnato in 300 missioni militari,dove i nostri eroi col fucile esportano democrazia e pace uccidendo uomini,donne e bambini.

Io credo che ogni vita umana meriti rispetto,ma contemporaneamente non riesco a provare cordoglio per un militare ucciso.

La guerra non produce altro che questo: morte,dolore,devastazione e impoverimento.

Queste persone vengono elette “eroi della patria” quando muoiono ammazzati in un angolo remoto del mondo,ma in vita non sono altro che vera e propria servitù nelle mani del potere,disposti ad ammazzare e a compiere qualsiasi efferatezza per la nazione in cui sono nati,compiacendo le persone che li hanno mandati a uccidere e devastare in modo che questi possano riempirsi le tasche ed estendere il loro dominio politico ed economico.

lunedì 9 agosto 2010

2 agosto 2010 - 2 agosto 1980

A 30 ANNI DALLA STRAGE DELLA STAZIONE DI BOLOGNA
IL VOLTO NERO DELLO STATO
Sono passati trent’anni da quella mattina in cui 85 persone hanno perso la vita a causa di una bomba composta da 23 kg di esplosivo,sistemata con accuratezza e determinazione nella sala di aspetto di una stazione ferroviaria,messa lì apposta per causare il maggior numero di morti.

Ce lo vogliamo ricordare questo fatto perchè si inserisce, insieme a tanti altri, nel periodo più buio della storia repubblicana di questo paese. Una storia intrisa dal sangue di persone innocenti,colpevoli solo di essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Una storia fatta di stragi e violenza sistematica,usata dallo stato e dai suoi bracci armati per destabilizzare e dividere le parti sociali, incutendo la paura nella gente comune.

“Quando la borghesia vede che il potere gli sfugge di mano,ricorre al fascismo per mantenere i suoi privilegi”. Questa storica affermazione, fatta dall’anarchico Durruti in un’intervista nel 1937, non può non ricondurci agli anni della cosiddetta “strategia della tensione”(e non solo),dove depistaggi,insabbiamenti e coperture da parte dello Stato italiano e dei suoi organi interni(ufficiali e non) furono così presenti e determinanti da cambiare per sempre l’assetto politico,economico e sociale di questo paese.

I FATTI

Bologna,ore 10 e 25 del 2 Agosto 1980, è sabato e fa molto caldo. Quella mattina la stazione centrale è ingolfata di gente. C’è chi va o torna dalle vacanze insieme alla famiglia,chi va al mare oppure chi deve andare al lavoro. Ci sono anche persone che al lavoro ci sono già,come i ferrovieri,gli addetti alle pulizie o i dipendenti dell’azienda di ristorazione “Cigar”,che ha i suoi uffici proprio sopra le sale d’aspetto di prima e seconda classe.

Proprio in quest’ultima sala d’aspetto scoppia una bomba. L’esplosione è così forte che provoca il crollo delle strutture sovrastanti la sala e addirittura investe il treno Ancona-Chiasso fermo al primo binario. Il boato riecheggia in tutta Bologna e viene sentito anche nei paesi limitrofi.

Mentre la notizia in poche ore si diffonde in tutta l’Italia,il capoluogo emiliano si trasforma in una gigantesca macchina di soccorso che vede impegnati un gran numero di ambulanze e vigili del fuoco, i quali giunti sul posto si trovano davanti uno scenario a dir poco “surreale”.

Alla fine delle operazioni che dureranno diversi giorni il bilancio è sconvolgente.

La bomba ha ucciso 85 persone e ne ha ferite altre 200 tra uomini,donne e bambini provenienti da 50 città diverse, italiane e straniere.

UNA RIFLESSIONE

Crediamo sia importante ricordare questi fatti,il modo in cui si sono svolti e quello che ci hanno lasciato. Dobbiamo riflettere bene su di essi da persone libere e non come faranno le varie reti televisive che con il loro “servizietto” giornalistico di due minuti si sentiranno la coscienza a posto. Il ricordare un fatto come questo deve essere un punto di partenza per il risveglio delle coscienze di tutte quelle persone che vedono il fascismo e la violenza di Stato ormai lontana e relegata nei libri di storia. Un modo per riflettere sullo stato di cose attuale e sull’ordine costituito che giorno dopo giorno mostra sempre di più le sua vera natura.


Fascismo e violenza sono insiti nelle istituzioni. In alcuni momenti storici vengono usati con maggiore forza dai padroni e da chi governa,in modo da stringere sempre di più il cappio che ognuno di noi ha intorno al collo sin dalla nascita,in modo da uniformarci,dividerci e controllarci meglio,indirizzando le nostre scelte verso i loro interessi.

Oggi le bombe,le stragi, i morti di piazza o nelle stazioni non ci sono più ma al governo ci sono le stesse persone di trenta’anni fa che continuano a fare i loro sporchi giochi di potere sulle spalle delle classi deboli.

Quest’anno i rappresentanti del governo non saranno presenti alla commemorazione della strage,evidentemente troppo impegnati a costruire un paese basato sull’ingiustizia e sulla disuguaglianza sociale o a insabbiare qualche nuovo scandalo politico-finanziario…